Se le città potessero parlare, quando arriva il tempo delle elezioni, direbbero “Nooo, ancora?” e si metterebbero le mani sugli occhi per non guardare i loro poveri muri ricoperti da un concentrato di volgarità, banalità e qualunquismo messo in atto dalle decine di candidati. Sguardi ammiccanti, mani che sorreggono doppi menti, corpi fotoscioppati male ambientati al mare, giochi di parole con la parola Comune, tipo “Abbiamo un interesse in comune”. E ancora loghi sgranati, nomi di liste tutti con parole intercambiabili “per voi, per il futuro, per noi, prima di tutto, prima di me, prima degli altri”, fototessere in bassa risoluzione. Tutto si trova su questi manifesti, tranne una cosa: l’idea. Nel 99,9% dei casi, non ve n’è traccia. Nessuno che ci abbia messo mezzo neurone. Grafiche affidate al cugino del cognato di mia sorella che ha fatto due anni di liceo artistico e sa disegnare. Non c’è evento al mondo dove il nostro lavoro di comunicatori venga più umiliato, sottovalutato, vituperato, centrifugato ed espulso come una gigantesca cacca di cane trovata sul marciapiede delle nostre città. Anzi, sui suoi muri.

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